• L’eco della classicità nella ricerca di uno sguardo contemporaneo. Anagoor e Gruppo Nanou

    Qualcuno si è perso per strada o ne ha imboccata una diversa, per andare a esplorare altre zone dell’arte. Il senso di una continua proroga delle attese suscitate, e talora deluse, può aver generato nello spettatore un moto di impazienza. Ma conviene non perdere di vista quel che avviene dalle parti della nuova generazione teatrale spuntata intorno alla metà dello scorso decennio, anche con radicamenti geografici diversi da quelli più consolidati, come attesta la base creativa costituitasi per tempo nella factory della Centrale Fies, in Trentino. Dove il raffronto generazionale, al di là dell’aspetto anagrafico e di un’eventuale complicità, va in direzione di una sincronia, o di una compresenza piuttosto che in quella di un agire collettivo, ormai impraticabile. Ognuno va per la sua strada, un po’ a tentoni, e spesso anzi ogni singolo atto creativo sembra costituire un evento unico.

    Il Gruppo Nanou, per esempio. L’ensemble guidato da Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci inizia con John Doe un nuovo progetto pluriennale che sposta ancora un poco in avanti la loro ricerca di un teatro mentale. Una poltrona rossa campeggia al centro dello spazio scenico, davanti alla trasparenza di un leggero sipario drappeggiato (il debutto è avvenuto al teatro Pubblico di Casalecchio di Reno). Ed è il più evidente segno di continuità con il precedente lavoro a più stanze, significativamente intitolato Motel. Il nome John Doe, ci informano, è usato nel linguaggio giuridico statunitense per indicare una persona altrimenti sconosciuta (c’è anche l’equivalente femminile, Jane Doe). Dunque ancora ci si muove intorno a un’assenza di identità. Come nel caso dell’anonimo non-luogo evocato da Motel, l’albergo di una notte, luogo di transito per definizione. Ma a differenza di quello, qui si è cancellata l’idea stessa di un’ambientazione, intesa come uno spazio in grado di raccontare, e con essa l’eco di una quotidianità. Attorno e sopra la poltrona rossa, davanti o dietro il velo trasparente, le quattro interpreti intrecciano i loro passaggi scanditi dal movimento alterno delle luci, fra il grigiore di un controluce e il diffondersi di una macchia rossa.

    Nanou john doe

    Se le stanze di Motel ancora alludevano a un’intimità che inevitabilmente si faceva racconto, come suggerito dal sottotitolo stesso di “faccende personali” – di un tempo senza gesto, si era parlato allora – qui al contrario il gesto si fa tanto più visibile, denudato in qualche modo, quanto più si fa astratto il contenitore dell’azione. La breve performance lancia un amo verso un futuro evidentemente in progress.

    Più complessa e compiuta è la nuova creazione di Anagoor, Virgilio brucia (vista al teatro Vascello per Romaeuropa dopo il debutto nei festival della scorsa estate). Il rapporto con la classicità è al centro della ricerca del gruppo di Castelfranco Veneto fin dagli inizi, quando rileggevano in termini visionari la Tempesta di Giorgione o issavano una tela del Tintoretto sulla scena evocante la Venezia di Fortuny. Qui, sulla scorta della figura di Virgilio e dei versi dell’Eneide, si affronta l’eterno conflitto fra l’arte e il potere. Si parte infatti da La morte di Virgilio di Hermann Broch che racconta l’ultimo viaggio del poeta, il ritorno per mare a Brindisi e la decisione (che non avrà seguito) di bruciare il poema che nell’eroe troiano doveva celebrare la dinastia imperiale. A dire senza enfasi le parole di Broch è però un’attrice armena, nella sua lingua. E questo slittamento linguistico delinea anche l’altro e forse principale tema portante dello spettacolo, che si riverbera anche nelle parti scelte dell’Eneide, quello dell’esilio, della fuga di un popolo dalla propria terra.

    Se nei primi lavori Anagoor aveva fatto ricorso essenzialmente a una drammaturgia per immagini, qui è evidente il supporto di una base testuale ampia e persino eclettica, che dall’antichità latina si proietta senza mediazioni verso la modernità novecentesca e fino al presente, allargandosi anche geograficamente dalla statunitense Joyce Carol Oates all’India di Amitav Gosh, passando per i Consigli a un giovane poeta di Danilo Kiš, enunciati invece da un’attrice serba, a far da introduzione alla scena agreste della raccolta del miele, consumata con lentezza rituale, nel richiamo delle Georgiche. Non a caso l’apparato iconografico si spoglia di qualsiasi tentazione barocca: una parete utilizzata come schermo sul fondo, qualche microfono, nient’altro. Non cambia in realtà il modo di costruzione dello spettacolo diretto da Simone Derai, basato sull’accostamento di sequenze prive un intento narrativo.

    Virgilio brucia è diviso in una serie di sezioni disomogenee, due delle quali costituite da video. Si inizia con le immagini di una scuola dove un insegnante che ha il volto e la voce di Marco Cavalcoli (in prestito da Fanny & Alexander) tiene lezione su Il palazzo degli specchi dello scrittore indiano, altra storia di popoli in fuga. Si arriverà, nel momento di maggiore intensità emozionale dello spettacolo, a una discesa nel regno dei morti evocata da immagini anche cruente di nascite animali, mentre un coro immobile volgendo le spalle al pubblico intona il Funeral Canticle di John Tavener. Vita e morte che si mescolano, senza pacificazione, anzi esasperando il contrasto fra la velocità del montaggio filmico e la dolente lentezza della musica, fra quel venire alla luce ed essere già carne da macello di quelle povere bestie in batteria.

    Anagoor Virgilio 1

    L’ultima sequenza, la più lunga (prende quasi metà dello spettacolo), inizia con la vestizione dell’attore che in tunica e maschera dorata sul viso dovrà incarnare l’imperatore Ottaviano Augusto. Seduto immobile in mezzo alla sua corte, ugualmente abbigliata in costume, ascolterà declamare il secondo libro dell’Eneide, quello che narra la caduta di Troia e la fuga di Enea verso occidente. Un duplice ribaltamento, che confonde, giacché al ripristino di un’iconografia neoclassica di maniera si somma una recitazione molto espressiva. È una lunga impegnativa performance quella proposta dall’interprete (Marco Menegoni) che declama con visibile partecipazione emotiva i versi di Virgilio, restituiti alla pronuncia classica – più dura del latino ecclesiastico rimasto in uso nelle nostre scuole. Che è anche, ci si dice, la lingua dell’impero.

     

     

     

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