Cercando un’altra luce. Ermanna Montanari torna alla parola poetica di Nevio Spadoni

Ch’a m’so ardota a crédar d’nö ësi gnânca tota – comincia a dire così mentre le mani e poi subito il volto escono dal buio in una lenta assolvenza, quando già le note del contrabbasso risuonano da un po’ in quel buio, le corde dello strumento pizzicate con una sorta di frenesia jazzistica, sgraziata e ribollente di rabbia. Ti prende e ti porta con sé. Che mi sono ridotta a credere di non esserci neanche tutta, che mi sono vista qui e lì allo stesso tempo, una pazzia direte voi, ma delle volte che ci penso, sono viva o morta? Dice così, la Bêlda. La figlia dla pôra Armida, la povera Armida, strega di paese di un tempo lontano, quando la gente sputava tre volte per terra al suo passaggio. Cioè lo dice nella lingua romagnola del paese, fra i tanti dialetti della lingua romagnola forse uno dei più aspri e duri, con le vocali toniche che sembrano esplodere per togliere risonanza anche alle consonanti e tutto il resto scompare.

Che poi non è vero che esca dal buio, la Bêlda. Lei è sempre stata lì. Siamo noi che ci siamo mossi per andarla a cercare di nuovo, alla luce di quella ouverture musicale che ha aperto la strada. Rabdomantica. L’attrice, il regista che si è aggiunto all’impresa, noi che adesso sediamo nella platea del teatro Rasi, incapaci alla fine di muoverci da lì. Stregati, se non apparisse un gioco di parole banalino. Ermanna Montanari è tornata a confrontarsi con la protagonista di Lus, il bellissimo testo poetico di Nevio Spadoni (solo per due sere al Ravenna festival, la regia condivisa con Marco Martinelli). Preghiera e maledizione insieme, grido di dolorosa rivolta, rabbiosa imprecazione contro l’ipocrisia di una società chiusa a difesa dei suoi vizi privati (senza nemmeno le pubbliche virtù).

Foto di Enrico Fedrigoli

Ridete, ridete pure. Sputate pure per terra quando passo alla luce del giorno, tanto lo so che vi faccio paura – dice così. Ma poi di nascosto da tutti, la notte venite da me, la donnaccia che di notte prepara tre fili di lana rossa con tre nodi in cima, per risollevare l’anima caduta, pregando San Cosma e tutti i santi. A supplicare un rimedio. E chiacchierano, e parlano, piangono. Tutti malati nel corpo e nell’anima. Ragazzette col mal d’amore e uomini che non riescono a guarire dal singhiozzo. Quelli affamati di sesso e quelli che non sanno nemmeno di averlo, il diavolo addosso. Ha guarito i calli e il mal caduco, l’asma che non ti fa respirare e il reumatismo che inchioda la schiena. Conosce erbe e medicamenti. Ma il mal d’amore è difficile da guarire. Soltanto una volta la sua magia è diventata maleficio di morte. Quando aveva fatto la posta a quel brot pritaz, quel pretaccio di Ravenna che aveva fatto tirar fuori la sua mamma dalla terra consacrata per seppellirla da un’altra parte, fuori dal camposanto. Per quella chiacchiera che era una puttana. Mo s’ël mai una putâna. Cosa sarà mai una puttana: è pieno il mondo di puttane.

Non è la prima volta che compie questo nostos, Ermanna Montanari. La prima volta che avevo visto sulla scena Lus era stato a metà degli anni novanta, o poco dopo. Anni di dissoluzione del vecchio ordine del mondo, del riemergere di antiche tentazioni autoritarie però dietro la maschera liberale offerta dai nuovi mezzi televisivi. E quel trespolo metallico a cui era sospesa l’attrice nello spettacolo di allora poteva ben rappresentare fisicamente l’immagine di una tortura imposta non solo al personaggio. Poi c’erano stati altri ritorni, si diceva. Sempre diversi, come a spostare più in alto l’asticella e misurarsi con nuove tecniche del salto in alto. Come quella volta, ricorda l’attrice delle Albe, che su istigazione di Gianni Celati aveva recitato Lus sull’aia di un cascinale nelle colline di Reggio Emilia, davanti a un gruppo di asini dalle lunghe orecchie evidentemente predisposte a un ascolto interiore. L’unico pubblico che, secondo lo scrittore, potesse accettare “un geroglifico del nostro tempo”. 

Foto di Enrico Fedrigoli

Ed eccoci allora qui di fronte a lei. Sola in scena, figura nera che di quel nero ha fatto una veste cerimoniale. Anche il contrabbasso di Daniele Roccato si nasconde alla vista, forse dietro un sipario a fili di perle di vetro che pare di scorgere da un lato, se non è solo miraggio. Bêlda ha trovato la libertà di una immobilità che è conquista maturata e non imposizione di un qualsiasi potere. A muoversi sono solo le braccia e le mani che sembrano trascinare il corpo nelle loro oscillazioni. Un po’ di qua, un po’ di là. Il monologo è un canto che sgorga da una profondità imprevista, a un tratto diventa un urlo roco, quasi strozzato, ma subito ritorna alla sua misura. Qualcosa che comunque nessuna traduzione nella lingua nazionale potrebbe pareggiare. 

Il male chiama il male, dice la Bêlda. Il male ti prende tutto, non ha pietà per nessuno. Per toglierselo di dosso, c’è chi lo darebbe pure ai suoi di casa. È toccata a lei la sorte di caricarsi sulle spalle i mali di tutti, a lei che ha dato a tutti e non ha avuto l’amore di nessuno. Non c’è compassione davanti al proprio destino, se mai la consapevolezza di condividere un destino che ci portiamo addosso tutti. La febbre alta di questo tempo di farfalle inchiodate su un pezzo di legno, dice così. Non vittima sacrificale ma sciamano capace di trasformarsi per fungere da tramite fra il mondo di sopra e quello di sotto, qui e lì allo stesso tempo, altri comunque rispetto al mondo umano. Fuggite, fuggite, finché siete in tempo. Quando l’imprecazione si rovescia d’improvviso nell’invocazione di una luce, con le parole di Goethe morente. Come una candela nel vento, diceva una canzone. Lus, lus. A voi la lus. Voglio la luce. 

© Gianni Manzella