• Nasce a Ravenna Malagola, scuola di vocalità e centro internazionale di studi sulla voce

    A quasi ottant’anni, li compirà il prossimo novembre, Meredith Monk non è molto diversa da come l’avevamo conosciuta a cavallo fra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso nel suo avvento europeo. Quando tutta sola presentava in concerto i suoi Songs from the hill, monodie basate su pochissime sillabe, sonorità che parevano davvero rotolare giù “dalla collina” rimbalzando e saltando sugli ostacoli. O nella sua Anthology faceva trionfare il vuoto e l’assenza come forma di opposizione alla ridondanza e all’eccesso musicale, accostando la voce al suono percussivo di pochi tasti del pianoforte. O ancora gli sconfinamenti operistici (anche al Regio di Parma!) di Recent ruins e Specimen days, lei sempre seduta per tutto il tempo al grande pianoforte a coda, in primo piano ma laterale, a cavare dallo strumento i suoni ripetitivi e dolcissimi cui si sovrapponevano quelli elaborati dalla voce, mentre intanto sulla scena i suoi attori sviluppavano lente coreografie.

    Ed eccola qui, sul palco del teatro Rasi, ormai entrata nel mito del “grande spettacolo americano”. La stessa fragilità apparente, persino le stesse treccine che dai lati del volto le scendono sul petto. Meredith Monk è arrivata a Ravenna, con il supporto di due assistenti e l’accompagnamento teorico della studiosa americana Bonnie Marranca, per due giorni di lavoro intensivo con i partecipanti, una quindicina, al “corso di alta formazione” sulla creazione vocale e sonora di Malagola, nuova avventura uscita dalla fucina creativa di Ravenna teatro. Scuola di vocalità e centro studi internazionale sulla voce, recita in realtà la dizione ufficiale. In maniera forse più scientifica ma certo meno evocativa della denominazione che nasce dalla sua sede, con quel richiamo a un destino vocale ma anche la sonorità di immaginario personaggio dantesco, un diavolo di Malebolge che dopo tutto qui sarebbe di casa – è il nome invece del ramo della famiglia modenese che aveva acquisito il palazzo quando si era trasferito a Ravenna.

     

    Il settecentesco palazzo Malagola sta in via Roma proprio di fronte alla basilica di Sant’Apollinare nuovo, con quella teoria di vergini e santi in oro e bianco che annunciano i suoni del silenzio. La proposta di questo spazio, non lontano per altro dal teatro Rasi, sede storica della compagnia delle Albe, è venuta dal sindaco di Ravenna. Qui aveva sede l’ente provinciale prima dell’abolizione e i locali da diversi anni abbandonati ne conservavano ancora le tracce al momento in cui per la prima volta vi era entrata Ermanna Montanari, che dirige Malagola con la collaborazione di Enrico Pitozzi, un’attrice e uno studioso di teatro (insieme hanno pubblicato di recente, per le raffinate edizioni Quodlibet, un dialogo per parole e immagini concatenate sulla “anatomia dello spazio scenico” significativamente intitolato Cellula, per dire ciò che sta all’origine, ciò che ha generato quelle parole e quelle immagini, ed è anche il germe di questo progetto).

     

    “Malagola è un luogo in potenza, dice Ermanna Montanari. Nasce da un bisogno mio di riflettere, e da un fallimento: il tentativo di creare un archivio delle Albe. Fino ad ora non avevo mai sentito l’esigenza di una trasmissione di un sapere personale. L’idea è stata allora quella di creare un luogo di ricerca verticalissimo dove chiamare altri artisti a intrecciare pratica e teoria. Quello che di solito non si fa nelle università. Un luogo di ricerca non consumabile, vorrei dire. Dove si pratica una disciplina gioiosa ed esigentissima, dove la voce è il corpo.

    “Per partire con il primo corso abbiamo fatto un bando pubblico chiedendo ai partecipanti di mandare dei materiali scritti o audiovisivi. Sono arrivate centotrentuno domande e abbiamo passato l’estate a visionarle fino a sceglierne quindici, tutte persone vocate all’arte, compositori elettroacustici, attori e attrici, cantanti. Arrivati da tutta Italia, da Torino a Palermo. Hanno messo i loro corpi in relazione con altri artisti, per portare avanti una ricerca dove tutti sono insieme allievi e docenti. Alla fine prepareranno un loro prototipo, una piccola opera da mostrare qui”.

     

    Ora è in corso una progressiva ristrutturazione dei tre piani dell’edificio, partita dalle zone più immediatamente funzionali alle attività, iniziate nell’autunno scorso, come l’ampia sala dedicata alle pratiche laboratoriali, insonorizzata con un sofisticato dispiegamento di pannelli fonoassorbenti. E poi aule più piccole dove troneggiano un pianoforte a coda o un grande tavolo per le riunioni, gli spazi di lavoro individuali e collettivi e quelli destinati alla consultazione dei futuri “archivi sonori” dove si conserveranno i materiali raccolti nel tempo, la stanza che funge da biblioteca dal bel soffitto con le travi a vista, e salendo in cima il sorprendente sottotetto da cui si spia dall’alto la sottostante volta della già citata sala dedicata alle pratiche laboratoriali. Entrando dal portale ad arco aperto nella severa facciata di strada, sotto il balcone dalla ringhiera barocca, fra i segni lasciati su muri e soffitti dal disegnatore Stefano Ricci si trova anche una mappa della futura collocazione di ogni spazio.

     

    La prima volta che ero stato qui, pochi mesi fa, con i partecipanti al corso era all’opera il compositore Alvin Curran, un altro ottantenne, grande orchestratore di suoni estratti dalla quotidianità nella Roma effervescente degli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Dall’esterno della sala si potevano ascoltare i suoni della musica concreta creata facendo risuonare piccoli oggetti. Il corso è stato infatti strutturato in una serie di moduli che vanno dall’estetica della scena contemporanea agli aspetti progettuali ed economici, passando ovviamente attraverso i temi più legati alla vocalità, la creazione vocale e sonora, la fisiologia della voce. E nomi come quelli di Alvin Curran e Meredith Monk fra i docenti di questa prima stagione lasciano ben intendere quali siano i riferimenti culturali dei due curatori, cioè la direzione in cui ha scelto di muoversi la scuola. Non soltanto due alfieri della ricerca musicale nella seconda metà del Novecento ma anche due artisti che si sono sempre mossi a cavallo delle arti performative, intrecciando la ricerca sonora e vocale con la scena.

     

    Lo spettro progettuale di Malagola è infatti più ampio e ambizioso, come si conviene a un’istituzione che aspira a essere un luogo della conoscenza di respiro internazionale. Di queste molteplici attività è un esempio il calendario appena presentato di seminari aperti anche al pubblico, che vanno sotto il titolo di Cosmogonie. Un titolo che esprime la tensione alla voce del cosmo, all’invisibile, dice ancora Montanari. Alla ricerca della fondazione del suono fra oriente e occidente. Si va dalla tradizione vocale e sonora nel teatro persiano e iraniano alla specificità dell’ascolto come esperienza del sentire singolare e in comune, al “suono sacro” spaziando dal pensiero indiano alla voce come presenza creatrice nella cultura cristiana e in quella ebraica, intrecciando i temi che connettono oriente e occidente in una sola architettura di pensiero.

    Al Rasi Meredith Monk ha terminato la sua “public conversation”. Congiunge le mani sul petto e fa un piccolo inchino.

     

    © Gianni Manzella