Fuga all’inglese. Lo sguardo beffardo di Caryl Churchill sulla scena de lacasadargilla

1. Il tè delle anziane signore

Cosa c’è di più inglese di quattro anziane signore che in un pomeriggio estivo sorseggiano il tè nel giardinetto sul retro di casa? Sul tavolino apparecchiato sul prato è già disposto il servizio di porcellana dai disegni blu tipo Wedgwood. Hanno tutte almeno settant’anni. Si sono accomodate sulle poltroncine pieghevoli dall’aria vintage, per un appuntamento che si indovina subito quotidiano ma sfugge a un’indicazione temporale precisa, e anche loro del resto sono abbigliate con abiti molto colorati ma senza intenzione, tirati fuori in maniera un po’ casuale dagli armadi. Parlano dei nipoti, dei figli che soffrono d’insonnia, di dove tengono le chiavi di casa per non perderle, del cappello indossato vent’anni prima a non so quale cerimonia. Ma le cose, anche le cose di sempre, sono un po’ meno semplici, più imprevedibili quando c’è di mezzo la scrittura di Caryl Churchill.

Si intitola Escaped alone il testo della drammaturga inglese allestito a Milano da Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, nella traduzione di Monica Capuani, nella sala di via Rovello dove ha debuttato (è prodotto dal Piccolo teatro milanese insieme al Teatro di Roma) – a dieci anni esatti dal debutto a Londra sul palcoscenico del Royal Court. Già il titolo si presenta ricco di stratificazioni, di slittamenti di senso, giacché non nasconde la derivazione dalle parole con cui si chiude il Moby Dick melvilliano per bocca di Ishmael, I only am escaped alone to tell thee, ricalcato a sua volta sul biblico libro di Giobbe. A cui si sovrappone in scena, agli occhi dello spettatore, la parallela tessitura drammaturgica imbastita dai due artefici, Natoli e Ferroni.

Foto Masiar Pasquali

C’è dunque un prima, un passato che riemerge a flotti, su cui la memoria cerca di far ordine. Il dovere della testimonianza che incombe su chi è sopravvissuto, laddove la memoria è il racconto. A che cosa sono sopravvissute le tre amiche e quell’altra, la vicina che si è appena unita a loro e però gira ancora un po’ ai margini, la signora Jarrett che non gode ancora come le altre dell’intimità concessa dall’uso del nome proprio? E non è solo l’oscuro episodio di una uccisione. In cucina. Forse accidentale, forse per legittima difesa. Perché una di loro aveva un coltello in mano quando il marito l’ha aggredita. E un’altra forse ha testimoniato contro di lei. È stata condannata, sei anni in carcere. Se è successo davvero, ma poco importa. Non sono solo le piccole esplosioni che a tratti sollevano le zolle del prato che a fatica si fa largo su una irregolare superficie pietrosa, come fosse abitata da qualche divinità ctonia.

C’è appunto l’ambiente visivo in cui sono recluse, in qualche modo claustrofobico a giudicare dalla spessa siepe che lo chiude, fatta di blocchi squadrati di una materia scura che solo un poco alla volta rivela la sua natura vegetale. Uno spazio di libertà condizionata, dove possono abbandonarsi a corali esercizi di tai chi o mimare svogliatamente i gesti e le pose di un incontro di cricket. Su cui incombe, e diventa progressivamente presenza dominante, un grande schermo appeso, un led wall perennemente acceso su una natura artificiale, un cielo attraversato dalle nuvole in lento movimento di stagioni sempre diverse. Davanti a cui le quattro donne aprono in fila le loro poltroncine di tela per guardare insieme un tramonto rosseggiante. Ed è allora il momento in cui tracima la voglia di cantare tutte insieme, forse in memoria dell’unico passato che ricordano, la Smells like teen spirit dei Nirvana di Kurt Cobain. Inno generazionale di un’altra epoca. Che giorno è, che anno è. A denial, a denial, cantano a gran voce. Una negazione, ma di che cosa? Hello, hello, how low?

C’è stato un prima, vuol farci capire l’insistente geremiade della signora Jarrett. Prima di una visionaria apocalisse che nelle sue parole assume toni fin troppo splatter per essere credibile. Un sogno da cui ci si risveglia dentro in altro sogno ancora più spaventoso, come in certi romanzi di Han Kang. L’orrore è che niente è stato più lo stesso. Distopico, si usa dire in questi casi a proposito di una vicenda ambientata in un prossimo futuro. Ma qui non c’è ben poco di futuribile, e nulla di distopico. Lo sguardo morbido e beffardo della vecchia Caryl Churchill non ha niente a che vedere con gli sperimentalismi della ormai non tanto nuova drammaturgia inglese. La disperazione rabbiosa di Sarah Kane, la cupezza del per altro simpatico Martin Crimp, lo scandaloso shopping & fucking di Mark Ravenhill, la scoppiettante rivolta adolescenziale dell’irlandese Enda Walsh, la stand-up comedy di Tim Crouch e non pochi altri. Ci si respira semmai il surrealismo magico dei dipinti di Leonora Carrington visti nei medesimi giorni nella bellissima mostra a Palazzo Reale, o la visionarietà demoniaca del trittico di Hieronymus Bosch che sta a Lisbona. Dove lo sguardo cade subito sulla figura che riempie il primo piano ma poi bisogna guardare con attenzione ai dettagli marginali di quelle oniriche tentazioni di Sant’Antonio. Siamo ancorati senza scampo nel presente. E il presente è l’implacabile pubblicità televisiva trasmessa dal grande schermo, arma contundente di cui si è appropriato il fascismo del nuovo millennio (l’appellativo è approssimativo, lo sappiamo, bisognerebbe trovare un nuovo nome ma è per intenderci).

Comunque è sempre bello stare qui, concordano le amiche. E poi ho detto grazie per il tè e me sono andata a casa, è il suggello finale della signora Jarrett. Ed eccole le quattro bravissime attrici in fila sul palco, sono Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio e Alice Palazzi; insieme a tutto il numeroso ensemble de lacasadargilla allargato anche dalla presenza operosa di Maddalena Parise, Marta Ciappina e Marco D’Agostin. E Lisa Natoli che non nasconde un attimo di allegra commozione, in quel confine incerto fra il sorriso e il pianto che è anche nostro.

2. Nel tempo dell’attesa

Dove eravamo rimasti? Non sono passate molte settimane da quando a Milano avevamo visto il perturbante Escaped Alone e ancora abbiamo davanti agli occhi le quattro anziane signore che in un pomeriggio estivo nel giardinetto sul retro di casa sorseggiavano un tè più folle di quello servito dal cappellaio matto di Lewis Carroll. O forse bisogna tornare più indietro, cinque anni più o meno, tempo di pandemia, qualcuno se ne ricorda ancora? Quando Lisa Ferlazzo Natoli metteva in scena con il suo ensemble un altro testo di Caryl Churchill, Heart’s desire. L’amore del cuore, suona nella traduzione di Laura Caretti e Margaret Rose (in scena al Teatro delle Passioni di Modena, nella nuova produzione di Ert accanto ad affiancare lacasadargilla). Lo spettacolo non sembra molto cambiato da allora, anche se nel frattempo ha superato diverse prove, compreso l’impegnativo passaggio al vaglio dell’autrice in una sala inglese. E pazienza se qualcuno da quelle parti ci vedeva “the Italian tradition of Commedia dell’Arte”. Ma forse, come talora avviene, proprio il lavoro successivo serve a comprendere quello precedente.

Sulla scena c’è un tavolo metallico, non grande, proprio davanti al pubblico. Tre sedie attorno e sopra altrettanti microfoni e un servizio da tè. Un’altra sedia da un lato sta sotto un microfono appeso e dall’altro lato un appendiabiti con pochi panni appesi. È tutto quello che serve per mettere in scena L’amore del cuore, nel senso che tutto questo avrà un suo uso. Nient’altro. C’è in effetti anche uno schermo sul fondo ma non servirà molto. Al resto basteranno gli attori. Entrano, si guardano intorno e vanno ai posti che gli sono stati assegnati. Bravissimi. Conviene dirlo subito, contravvenendo a qualche ipotetica convenzione, perché lì si gioca il piacere del testo, tutto un gioco di sguardi prima ancora che di gesti. Di fronte a un testo pieno di continue ripetizioni, variazioni, rifrazioni e slittamenti, cambi improvvisi di velocità, a confronto di una struttura testuale esilissima quanto a sviluppo drammatico. Alla base un tema volutamente privo di spessore fino a rasentare la banalità.

Foto Sveva Bellucci

Una coppia non più giovane ma molto litigiosa, sessantenni si calcola in fretta (sono Tania Garribba e Francesco Villano). In attesa della figlia di trentacinque anni che ritorna dall’Australia dov’è andata ad abitare. Per la prima volta. E fra loro, proprio nel mezzo cioè, quasi a separare i due agonisti o a fare da arbitro della partita, c’è la zia Maisie. Che forse sia lei (Alice Palazzi), nella sua apparente svagatezza la vera, nascosta protagonista viene da supporlo un poco alla volta. Intanto si assiste alla partita che in realtà ha un dispotico regista (Fortunato Leccese), quell’altro che è andato a sedersi da una parte e ora detta ai tre attori i tempi e le battute – che sono poi le didascalie che inframezzano numerose il testo di Caryl Churchill ma la regista ha riportato al suo interno, dove è chiaro che debbono stare. È lui a interrompere e far ripartire continuamente il gioco scenico secondo una logica incomprensibile. Se di un capriccioso demiurgo si tratta, dovremmo collocarlo all’interno di una utopia negativa, un universo incompiuto creato da un Dio perverso o incapace. E per questa via si potrebbe arrivare a Bruno Schulz, ma noi ci fermiamo qui.

Siamo invece all’interno di un teatro – dove altro, se no? Dove un piccolo gruppo di attori prova a tavolino un testo di Caryl Churchill sotto la guida di un regista che tuttavia è anche lui personaggio, pupo anche lui nelle mani della beffarda drammaturga britannica. Dosando quel che serve di comicità in mezzo agli scatti irosi di lui e alla perfida calma apparente di lei, in un continuo “ricominciamo da capo”. Nell’attesa della figlia che continua a non arrivare. Mentre si annunciano irruzioni di figure uscite da chissà quale inconscio: una frotta di bambini; due uomini armati che entrano nella stanza e uccidono tutti. Che Lisa Natoli riduce al baluginare della coda di una pellicola sullo schermo.

Vengono in mente gli Esercizi di stile di Raymond Queneau, ironico raffinato multiforme scrittore, dove Umberto Eco si era assunto il carico non lieve ma sicuramente divertente della traduzione di un’operina proprio per difficoltà di traduzione poco conosciuta fuori di Francia. Un gioco quasi, ma di vertiginosa abilità. L’esercizio di stile cui si applica Queneau è la riscrittura a ripetizione di una microstoria sempre uguale ma in modi sempre diversi, spazzando come un radar il campo dei linguaggi e delle scritture, degli stili e delle maniere, da quelli professionali alle preziosità letterarie.

Tutto qui? Troppo facile, tanto questa lettura dello spettacolo come elegante gioco letterario quanto quella metateatrale, che non fanno i conti con il vero e proprio sabotaggio del meccanismo teatrale messo in opera da Caryl Churchill. E ci mettiamo pure la family life, però derisoria, fra i possibili sottotesti o le possibili interpretazioni. Lei felice di rivelargli che ha un’altra relazione; lui che la credeva stupida e invece è solo cattiva. Sotto la superficie di una vecchia piccola borghesia che non sai se fa più rabbia pena o malinconia, diceva una canzone – qui siamo ancora a Vola colomba, bianca vola. Per dire che non occorre andare a cercarla fino là. Ce lo dice proprio Escaped Alone che è bene non fidarsi di ciò che luccica davanti agli occhi, si rischia così di finire nel calderone dell’“iconico” o del “distopico”. Tutto è sempre un po’ diverso da come appare. Un universo di possibilità.

Quel che potremmo suggerire è di non perdere di vista il senso di attesa che è il vero Leitmotiv dello spettacolo. È lunga questa attesa, dice la zia Maisie. Per me aspettare è davvero una delle cose più difficili, insiste. Aspettare gli arrivi e anche aspettare le partenze. A noi invece non dispiace questa sospensione del tempo, dove non c’è nemmeno da temere che l’attesa sia tradita dalla sorpresa. L’attesa è tempo guadagnato, diceva qualcuno. Quando suona il campanello e finalmente entra la ragazza (la giovanissima Bianca Cavallotti) non la riconoscono. Forse è un’amica australiana. E comunque non ci sono risposte, chi sia davvero la ragazza in fondo conta poco. Sullo schermo è comparsa la testa di uno struzzo che apre e chiude l’enorme bocca. Metaforico, chissà. E ricominciano da capo.

 

© Gianni Manzella

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