Fra il dolore dell’amore e la follia della storia. Daria Deflorian torna guardarsi nello specchio di Han Kang

Sul palco stanno distesi una decina di pali anneriti dal fumo, disposti affiancati su un riquadro di legno bianco. Chi ha letto almeno una volta Non dico addio capisce subito a cosa alludono. È la prima pagina del romanzo di Han Kang. Gyeong-ha fatto un sogno. Migliaia di tronchi neri spuntavano dal terreno sul pendio di una bassa montagna, inclinati e storti – sembravano uomini, donne e bambini curvi sotto la neve, dice la protagonista del romanzo di Han Kang. Dietro a ciascuno di quegli alberi dalle cime recise si ergeva un tumulo. Poi nel sogno saliva la marea, il mare cominciava a sommergere le tombe. Comincia così anche Che dolore terribile è l’amore, lo spettacolo che Daria Deflorian ha tratto dal romanzo doloroso e terribile della scrittrice coreana (all’Arena del Sole, poi in novembre a Milano e Roma).

Cioè non proprio così comincia, non proprio da quei lunghi tronchi anneriti che un’altra attrice, Monica Piseddu, la prima a uscire dall’oscurità che circonda all’inizio le tre interpreti, ha cominciato a sollevare e con fatica li sposta in un ordine diverso, comprensibile solo a lei. Il sogno arriverà, ma dopo. Dalla memoria emerge dapprima il parquet della casa alla periferia di Seoul in cui Gyeong-ha è andata ad abitare, dopo la separazione dal marito. O forse distesa sul pavimento nudo in una giornata afosa, sotto il condizionatore rotto, in mezzo agli scatoloni dove li avevano lasciati i trasportatori, c’è sempre lei, Han. L’identificazione con il personaggio è palese, appena mascherata sotto un altro nome. È una scrittrice, come Han ha da poco pubblicato un libro sul massacro di Gwangju, maggio 1980. Migliaia di vittime. Ma qui la situazione si fa più confusa, meno facile da districare. Perché l’attrice che racconta, Daria Deflorian, che è anche regista e autrice della drammaturgia insieme a Eric Vautrin, si mette subito in gioco, come accade sovente nei suoi lavori. Ho pensato: questa sono io. Io, in questo momento. Ho cambiato casa e quartiere. Non mi ritrovo più. La mia vita privata ha cominciato a disfarsi come una zolletta di zucchero in un bicchiere d’acqua. Dice così. Ma io chi?

Siamo amiche e colleghe, dice riferendosi all’altra. A tratti, amiche. Come loro nel romanzo. E bisogna concentrarsi sull’avverbio, su quale relazione stabilisce fra chi è lì sulla scena e loro. Arriva un messaggio sul cellulare. Vieni subito. L’amica che si chiama In-seon è all’ospedale, si è tagliata due dita con la sega circolare, e le chiede di andare subito a Jeju, dove abita. Per dare da bere all’uccellino. Lei nel libro ci parla, con l’uccellino. Sul fondo scorgiamo infatti una gabbietta con lo sportello aperto. L’amica è una film-maker, un’artista visiva con cui ha collaborato in passato alla realizzazione di un documentario in cui la madre raccontava per la prima volta lo sterminio della sua famiglia insieme a tutti gli altri, nel 1948. Era una bambina. Dopo il ritorno a Jeju aveva aperto in casa una falegnameria ma con Gyeong-ha progettava di trasformare quel sogno ossessivo in un’opera d’arte, lì a Jeju.

Il racconto si sposta nella grande isola a sud della penisola coreana che fu teatro di un altro massacro. Era stato prima, nel 1948. Forse 40 mila morti, forse di più, alcune stime arrivano a contarne 100 mila. Dove la memoria si sfrangia, in mezzo a una incessante tormenta di neve, i fiocchi leggeri che volano nell’aria. In coreano la parola neve e la parola occhi sono lo stesso ideogramma. Quando Gyeong-ha  vi arriva scivola e rotola giù per un pendio, non sa per quanto tempo resta lì. Si rimette in cammino, vede una luce lontana, è la casa di In-seon. Come mai sei venuta senza nemmeno avvisare? le chiede l’amica che ha lasciato qualche ora prima nell’ospedale di Seoul.

Foto di Andrea Pizzalis

Non dico addio è forse fin qui il più bello dei libri scritti da Han Kang – a me però piace molto anche L’ora di greco, più inquieto e enigmatico. C’è qualcosa di molto teatrale nella precisa drammaturgia su cui la scrittrice coreana impianta i suoi romanzi. Che forse proprio per questo non è facile portare sulla scena. Lo sa bene Daria Deflorian che qualche anno fa si era già confrontata con La vegetariana, affiancata anche lì dalla stupenda Monica Piseddu. C’è un continuo spostamento fra presente e passato nell’affondo della memoria. La presenza sulla scena dei morti insieme ai vivi. La stessa ambiguità di quelle figure che si muovono in un luogo privo di coordinate certe, incapaci di uscirne. Il sogno come forza maieutica, anche La vegetariana muove da lì. Sono strutture drammaturgiche che il teatro del Novecento ha frequentato largamente.

C’è uno iato forte fra l’inizio autoreferenziale di Daria Deflorian che ha la concretezza del vissuto e questo improvviso slittare in un mondo parallelo, in un’altra dimensione spaziotemporale, che lo spettacolo ha il merito di colmare attraverso i corpi presenti fisicamente sulla scena, che siano vivi o morti a un certo punto non importa più. L’irruzione della memoria porta il passato dentro il presente. Quel presente che è diventato progressivamente, e in maniera dilagante negli ultimi decenni, l’unico orizzonte temporale in cui viviamo. In cui ora si è aperta una crepa e attraverso quella crepa torna alla luce un passato rimosso ma non cancellabile nella memoria. Il massacro di Jeju.

Il monologo finale di In-seon, o forse bisogna dire di Monica Piseddu, nello spettacolo azioni e parole citano quelle del personaggio ma sono sempre riferite all’interprete, al suo nome, quel lungo monologo è sempre più chiaramente rivolto agli spettatori piuttosto che all’altra rimasta ormai dietro di lei, con il suo sogno delle tombe spazzate via dal mare che saliva. Ed è il racconto di una metamorfosi che condensa e riassume in qualche modo lo sviluppo e il senso del lavoro. Gli anni, il racconto degli anni, non è un caso forse se viene in mente un altro romanzo di un’altra grande scrittrice. Si parte anche qui da una memoria personale. L’amore struggente percepito in una carezza della madre quando era bambina, che le fa dire: che dolore terribile è l’amore. E poi il lento morire della madre, sempre più circondata dai fantasmi del suo passato che si condensano in quel corpo di donna, fantasma lei stessa, Maria Grazia Mandruzzato.

Fino al riemergere dei corpi insepolti del massacro di Jeju, un bagno di sangue voluto dal governo americano che aveva occupato la parte meridionale della penisola. Bisognava fermare l’avanzata del comunismo, anche a costo di uccidere tutti gli abitanti dell’isola. La follia di puntare un’arma alla testa di un neonato era stata non solo autorizzata ma premiata, millecinquecento bambini sotto i dieci anni erano stati uccisi in questo modo. Bambini morti in nome di una volontà di sterminio. Succede anche ora, da altre parti.

 

© Gianni Manzella