• Paura e bellezza, il picnic molesto di Rodrigo Garcia

    Provo vergogna a presentare un’opera d’arte protetta da misure di sicurezza, dice la scritta che appare sul fondale quando lo spettacolo sta per cominciare. La firma è del regista Rodrigo Garcia. Per arrivare all’interno della sala del Théâtre du Rond-Point, a Parigi, gli spettatori hanno dovuto superare una serie di controlli successivi. Documenti, perquisizioni, metal detector come in un aeroporto. E attorno al teatro le strade sono bloccate da una sorta di cordone di sicurezza, con i blindati della polizia e centinaia di gendarmi in tenuta antisommossa.

    È inevitabile partire da qui, dalla cronaca di qualcosa che sta apparentemente a margine, per raccontare di Golgota picnic, la più recente creazione dell’artista argentino. Dalle manifestazioni ostili che di nuovo hanno accompagnato l’andata in scena di uno spettacolo teatrale nella capitale francese, ma anche altrove, dopo quelle che avevano investito il lavoro di Romeo Castellucci. E questa volta a mobilitarsi non sono solo pochi integralisti cattolici o qualche prete legato ai movimenti dell’estrema destra, come quell’Alain Escada che propugna una sorta di nazional-cattolicesimo e dal sito del suo istituto Civitas chiama a raccolta per la restaurazione del regno sociale di Gesù Cristo sulla società civile. Anche i vescovi hanno alzato la voce; la sera della prima l’arcivescovo di Parigi ha indetto una veglia di preghiera nella cattedrale di Notre Dame, come riparazione per quelle che ritiene offese gratuite alla fede cristiana. E la rete fa da moltiplicatore dell’indignazione, rilanciando le immagini dello scandalo. Simboli religiosi vilipesi, nudità…

    Si può rispondere facendo appello alla libertà della creazione. La libertà dell’artista di provocare, di fare scandalo. Il delitto di blasfemia non esiste in Francia, e nessuno può pretendere di intervenire sul contenuto di un’opera, di vietarla o di impedire al pubblico di accedervi. Tutto vero. Ma si sfugge così, in nome di una astratta libertà, alla sostanza della cosa. Ciò di cui parla questo spettacolo, la narrazione che ci sta dietro. L’uso che fa della materia biblica su cui lavora. Il teatro di Rodrigo Garcia è molesto, lo sappiamo bene. Spesso sporco e sgradevole, nell’apparente disordine della scena, nella mancanza di attrazione dei corpi. (Kantor avrebbe parlato della realtà di rango più basso). E politicamente scorrettissimo, infatti può spiacere a destra e a manca, alla sensibilità degli animalisti come all’opportunismo degli amministratori pubblici. Ma la provocazione non appartiene al suo registro, né una volontà di fare scandalo.

    Dobbiamo ricordarcene, adesso che si è arrivati all’interno della sala, e ci troviamo di fronte un vasto palcoscenico coperto da uno strato uniforme di panini rotodi, già tagliati a metà per diventare hamburger. E un odore dolce nell’aria. Derisoria reminiscenza eucaristica, come qualcuno ha letto, o piuttosto ennesima polemica contro la civiltà industrializzata simbolizzata da supermercati e McDonald’s? Ogni spiegazione rischia di essere fuorviante. Conviene restare a quel che si vede. Sul fondo, un angolo è apparecchiato per il picnic promesso dal titolo. Le tovaglie stese al suolo, seggioline e sedie a sdraio, una borsa termica, insalata e altri ortaggi che spuntano dai contenitori. Quando entrano i cinque interpreti – giacche a vento, felpe col cappuccio, zaini – con quegli ortaggi prendono a farsi delle maschere, mentre a turno uno di loro con una videocamera esplora i corpi, ne riprende le azioni, infilandosi anche là dove non dovrebbe, e quelle immagini insolenti si dilatano sul grande schermo.

    Mani costruiscono una babelica torre di panini popolata di vermi. Della carne viene macinata a vista per farne una parrucca. Un uomo è inchiodato in croce sulla distesa di pane che lentamente si guasta sotto i passi, i salti, le corse degli attori. Una donna porta un casco ornato da una corona di spine e una maglietta che simula una fittizia nudità; la vedremo anche in un video, lanciata in un lungo volo in caduta libera prima che si apra il paracadute. E alle azioni si intrecciano l’esplosione della musica suonata dal vivo, perché tutto si fa fragorosamente lì in scena, e le paradossali tirate su cui Rodrigo Garcia costruisce la propria drammaturgia. Una sorta di pedagogia negativa, si è detto altre volte. L’attacco al dizionario delle idee correnti, ai luoghi comuni che transitano nel linguaggio e si fanno associazioni inevitabili, alle ideologie pacificanti con se stessi.

    Punto di partenza è questa volta l’iconografia terrorizzante delle rappresentazioni della crocifissione, esemplificata da Giotto a Mantegna, e con una vera e propra lezione di storia dell’arte quando descrive il cane che Rubens ha dipinto in primo piano nell’Innalzamento della croce che sta nella cattedrale di Anversa. Ma l’attacco al sistema di produzione delle immagini è globale, dalle esposizioni dei grandi musei come il Prado o gli Uffizi agli opportunisti che stanno ai piedi della croce per scattare una fotografia. E da lì per digressioni progressive si toccano il brunch domenicale, i cibi biologici, i ricchi capaci di capire come va il mondo meglio di un filosofo…

    Certo, molte delle immagini sono assai forti. Come la lunga sequenza in cui tre attori si dibattono e si attorcigliano sotto gli spruzzi di una vernice colorata che resta poi impressa sul telo mortuario steso a coprire un corpo rimasto immobile. Molte parole possono colpire, se estratte dal contesto in cui sono dette. Ma davvero si può vedere una volontà blasfema in un lavoro che affronta il linguaggio e la rappresentazione e non certo la persona del Cristo? C’è in questo spettacolo, come in tutto il teatro di Rodrigo Garcia, qualcosa che urla contro la violenza e l’ingiustizia che dovrebbe assai di più colpire chi in quella figura ha fede.

    Golgota picnic ci parla di paura e bellezza. La paura del bambino davanti all’immagine della divinità. La bellezza intrisa di violenza del linguaggio biblico. A un certo punto gli attori lasciano il posto a un pianoforte a coda. Un pianista, Marino Formenti, si spoglia degli abiti e si mette alla tastiera. Comincia suonare una musica di Haydn. Sono i nove movimenti delle Sette ultime parole di Cristo sulla croce. Per un’ora ascolteremo questa musica sacra, cui nessuna immagine può accostarsi se non quella dell’uomo inerme che la suona in un deserto rosso. Interrogandoci sulla sua bellezza. Sul terremoto che chiude insieme il pezzo musicale e lo spettacolo ritorna l’immagine della paracadutista in volo. E non possiamo fare a meno di pensare che il teatro è davvero un salto nel vuoto.

     

     

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